Alla scoperta delle bellezze di Volterra

“A Volterra cavalchiamo sopra il mondo”. E’ la sintetica descrizione, deliberatamente tradotta da Etruscan Places, del 1932, con la quale David Herbert Lawrence coglie l’essenza di una città che ha sempre ammaliato scrittori e intellettuali, da Stendhal a Luchino Visconti che vi girò Vaghe stelle dell’orsa. “Più oltre, la nuda, verde campagna si solleva in onde e in creste aguzze, ma è come guardare il mare mosso dalla prua di un’alta nave”, dice ancora Lawrence.

Magnificamente appoggiata in aerea posizione tra le valli dell’Era e del Cecina, a 545 metri di altitudine, Volterra sembra ondeggiare su un mare di colline, tra balze, biancane, calanchi e distese di seminativi. Lontana dal Tirreno, nella propaggine della provincia di Pisa che si incunea fra il Livornese e il Senese, ma non abbastanza da non coglierne le brezze. Con una vista che spazia fino a Pisa e alla Corsica.

Non meno del paesaggio colpiscono le sue vestigia storiche – non per niente D’Annunzio la tratteggia come “città di vento e di macigno” – e anche la sua fierezza, radicata fin nel profondo dell’anima. Gli abitanti non hanno voluto farne una Disneyland medievale, anche se ne aveva tutti i numeri. Fonte inesauribile per lo studio della civiltà etrusca, con un centro storico autentico e straordinario, dove si vive davvero la sensazione di andare indietro nel tempo, senza facili concessioni a uso turistico.

La storia inizia con i misteri villanoviani ed etruschi della remota città di Velathri: ne sono testimonianza la porta dell’Arco – vero e proprio simbolo dell’architettura etrusca – con l’acropoli inglobata in un panoramico parco archeologico al cospetto della fortezza Medicea, e le mura etrusche, oggi fuori dal centro storico. Sotto la cinta medievale a settentrione ecco poi affiorare le vestigia romane del Teatro di Vallebona. Nel centro è invece l’età comunale a dare l’impronta principale.

Ancora oggi sembra pieno Medioevo

Un groviglio di vicoli e di piazze, da cui si aprono improvvise vedute sospese nel vuoto su una campagna a perdita d’occhio, 300 metri più in basso. Dal cuore cittadino di piazza dei Priori, con il palazzo omonimo che è il più antico del genere di tutta la Toscana, si irradiano strade da vero Medioevo, come via Ricciarelli con le case torri Buonparenti e Buonaguidi, collegate da un arco, mentre qua e là fanno capolino edifici religiosi, spesso autentici gioielli come la cattedrale e il battistero in piazza San Giovanni e complessi conventuali quali San Girolamo.

Un contesto in cui ben di inseriscono edifici rinascimentali – Palazzo Minucci Solaini attribuito al Sangallo, Palazzo Inghirami – e musei che ospitano capolavori: la Pinacoteca Civica custodisce per esempio la splendida Deposizione di Rosso Fiorentino. Sorprendenti alcune case-museo private, come il rinascimentale palazzo Viti con la facciata attribuita a Bartolomeo Ammanati. Mantiene gli ambienti originali e ricche collezioni di mobili, quadri, porcellane, alabastri di varie epoche e provenienze, dal ‘400 al ‘900: “La roba bella sta bene dappertutto” è il motto dell’affabile proprietario Umberto Viti.

Il palazzo è legato alla figura del suo antenato Giuseppe Viti, uno dei numerosi viaggiatori Volterrani dell’800, che passò gran parte della vita in giro per il mondo a vendere manufatti in alabastro, contribuendo a crearne la fama. E ancora oggi le botteghe del prezioso minerale, insieme ad atelier artigiani di svariati settori, fanno capolino tra le antiche mura cittadine, testimonianza dell’epoca d’oro dell’alabastro durata per tutto il XVIII secolo.

Privilegiata da tanta bellezza, la città è una meta turistica nota nel mondo, con i visitatori accolti meglio che altrove, ma al turismo sembra preferire le sue ordinarie quotidianità. Beghe di provincia, espressioni di volontariato, piccole trascuratezze, brillanti idee associazionistiche. Volterra si erge come un’isola fortificata nel cuore della Toscana, lontana decine di chilometri e altrettante curve da altri centri importanti, sentendosi “altra” e “alta” sia fisicamente che moralmente.

Ai volterrani più facilmente viene da dire “siamo Etruschi” piuttosto che “siamo Pisani”. Appena 11.000 persone orgogliose, che danno vita a un fiorire di eventi e feste, come in questo mese Volterragusto, che per tre weekend a partire dal 20-21 ottobre coinvolge l’intero centro storico, insediandosi in corti e palazzi solitamente non visitabili.

Riti quotidiani tra scorci millenari

E sono tante le situazioni stimolanti messe in piedi dagli abitanti: una libreria anarchica nella centrale via Don Minzoni affianca una civettuola bottega dell’alabastro, con accanto una fiaschetteria (oggi diremmo wine bar), meta di pellegrinaggi enogastronomici altolocati, mentre poco più avanti una trattoria con la cucina della nonna si sposa con un museo forse un po’ commerciale ma che fa il record di visitatori, il Museo della Tortura.

Vicino si trova uno dei musei pubblici più antichi d’Europa, il Museo Etrusco Guarnacci, che sta cercando un rilancio con il nuovo giovane direttore Fabrizio Burchianti, dopo essere stato spesso additato dalla stampa come emblema di sciatteria assieme all’invece splendido Teatro Romano. In verità dietro questi attacchi sembrano nascondersi soprattutto gelosie e ripicche di paese.

Un paese che continua con le sue vicende quotidiane: ne sono un esempio gli abitanti delle modeste case medievali a ridosso delle Fonti San Felice, erette nel 1319, che si dedicano a curare fiori e orti pensili affacciati su uno degli scorci più suggestivi, tra la porta San Felice e la porta San Francesco, mentre a poche decine di metri sciamano frotte di turisti americani nel classico tour Venezia-Firenze-Volterra-Roma. Chissà quante generazioni prima di loro hanno ripetuto gli stessi gesti, nello stesso posto: il suo vissuto Volterra lo svela a ogni angolo, con continui spettacolari squarci sulle stratificazioni di 3.000 anni di storia.

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